1 Oct 2007
Qualche settimana fa abbiamo cercato di definire il termine “Heimat” che nel tedesco è univoco per definire il luogo di appartenenza o meglio … ed ecco che un autore di madre lingua tedesca ha problemi a spiegare il termine in italiano. Mi è proprio successo quando scrivevo l’articolo, che una mia collega mi ha chiesto di spiegarle il termine perché lo aveva già sentito durante lo studio universitario in Germania. Vista la mia negligenza ho posto a qualche mio amico/a altoatesino/a il quesito e vorrei proporre qui le loro definizioni:
Difficile per me darti una definizione, visto che, pur essendo italiana, fin da piccola ho imparato e usato la parola “Heimat” e la sento mia.
Ma se dovessi spiegarla a qualcun altro… come dici tu, la “heimat” è “casa”. Quando si torna, si torna alla Heimat, non alla patria o alla nazione. “Patria” è un concetto troppo alto e distante: nessuno può veramente amare una patria, così come nessuno può amare davvero l’umanità: si amano gli uomini, e si ama un piccolo pezzo di terra che per noi è speciale. La patria ha confini fissi, i confini della Heimat sono un po’ diversi per ciascuno di noi: è dove siamo nati e cresciuti, dove abbiamo vissuto le esperienze della crescita, dove sono radicati i nostri ricordi.
Forse, alle volte gli italiani usano “paese” in questo senso: torno al mio paese, al mio paese si fa così… Non lo so, però: dovresti chiedere a un vero italiano, io sono troppo sudtirolese per saperlo.
E un altra ancora:
Heimat è, in un certo senso, “casa”, ma non solo. “Casa” con le virgolette perché casa in sé non è sufficiente a tradurre Heimat. La Heimat non è solo il posto dove sei nato e dove hai abitato da piccolo, ma anche i ricordi, le persone care e quant’altro circonda i posti dove sei nato, da quando sei nato fino ad oggi. IMHO, non è solo questione di luogo, ma anche di tempo: della Heimat fanno anche parte i cambiamenti avvenuti nei tuoi luoghi natii - nota polemica: dev’essere per questo che la mia heimat non esiste più ;-).
Heimat non è traducibile esattamente in italiano. Non solo per quanto appena detto, ma anche perché gli italiani in generale sono meno legati ai loro posti d’origine, se possono se ne vanno e non tornano più: basta vedere l’emigrazione che c’è stata nel secolo scorso. Io sono un’eccezione… ma spero di rimediare a questo errore al più presto.
Sul secondo punto si potrebbe anche obiettare, visto che molti degli immigrati hanno creato delle bastioni di costume italiano nei paesi in cui sono emigrati – vedi “little Italy” a New York. Ed Alex, che vive in Cina scrive a proposito:
Ormai é piú di un anno che non torno a casa, che non vedo le mie montagne, che non respiro la fresca aria altoatesina. Un anno poi in un contesto completamente diverse quale è il continente asiatico. Che cosa mi manca? I genitori e parenti, certamente, gli amici, sicuro, una bella sciata (non immaginate quanto!!!), uno spritz time come si deve al baretto la domenica mattina….
E poi? E poi non lo so. Ed è questo il punto. Mi mancano ovvi aspetti della mia terra, come gli affetti e il paesaggio, che ho incominciato poi ad apprezzare ancora di piú all’estero, come succede alla stragrande maggioranza degli espatriati.
E adesso mi interesserebbe la vostra definizione di “heimat” o patria o…
October 1st, 2007 at 02:10
Anch’io penso che la traduzione che più si avvicina sia “paese” anche se la parola di solito viene usata per dire “Dorf”, quindi ben definita territorialmente. Invece la parola “Heimat” può riferirsi ad un comune, una zona, una provincia, regione, uno stato… in teoria non ci sono limiti.
October 3rd, 2007 at 01:47
premetto che scrivo per la prima volta, che sono altoatesino ma nn vivo più sù (come si direbbe).
Premetto che anche il mio tedesco è veramente e colpevolmente scarso.
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Riguardo questo tema:
Non credete che la campagna fatta dalla Forst (che tutti noi amiamo, tant’è che a Merano è buona parte del Pil) sia abbastanza «ipocrita» nella traduzione fatta in italiano? Io sono di lingua italiana e leggere una traduzione «marketing oriented» come quella fatta, mi rattrista. Avrei voluto e preferito che un’azienda di quella importanza si facesse carico anche di fronte a clientele di diverse estrazioni culturali (come ad esempio il resto d’Italia) dei significati che una parola come «Heimat» rappresenta, soprattutto perché in Italia si è «castrati» nel pronunciarla… E così tutti perdiamo le sfumature propositive che essa - come nella nostra provincia ad esempio - crea. Dal mio punto di vista il tema che si può contrapporre al generalismo imperante è appunto la conoscenza e l’evoluzione delle tematiche proprie delle diversità che - soprattutto in Europa - sono bloccate da patrie fittizie, come ad esempio i Paesi Baschi o la Sardegna… etc etc
Mi fermo perché nn vorrei essere troppo lungo, e vi lancio questa considerazione sperando possa essere utile al vostro fine.
saluti, anzi tschüß
October 5th, 2007 at 10:28
mah.. veramente la cosa triste è la traduzione italiana della campagna marketing della forst: birra allo stato puro… complimenti
peggio delle traduzioni dei film americani in italiano
Cmq adesso l’hanno cambiata in “Der reine Genuss” sinceramente la preferivo com’era…
Per quanto riguarda la definizione di Heimat… penso che gli italiani sentano la loro Heimat solo quando gioca la nazionale di calcio… cioè 1 volta ogni 4 anni
October 5th, 2007 at 10:30
x marco: non definierei patrie “fittizie” i Paesi Baschi o la Sardegna… tutt’altro
Io penso che per i baschi e i sardi la loro regione sia la loro Heimat (forse di più per i Baschi), proprio come qui da noi.
October 7th, 2007 at 12:56
in primis dico che sono d’accordo i commenti di Luk4s e mi scuso se non sono stato chiaro nel mio e vorrei rispondere che è proprio la traduzione italiana della campagna che non mi va e che sarebbe stato meglio puntare sulla valorizzazione del luogo di nascita di quel prodotto, come viene fatto da sempre con le mele, per esempio. E per quanto riguarda le identità che vengono oppresse io sono totalmente a favore della loro indipendenza (la mia ragazza è sarda ed indipendentista
ci manca solo che non sono d’accordo), anzi che presto faremo un articolo proprio con questo tema sul mio blog, prendendo spunto da uno molto intelligente fatto dalla rivista Monocle al numero 6, che vi invito a cercare (se non la conoscete) perché è veramente molto bella ed interessante.
E per quanto riguarda il mio senso di Heimat, basta accendere la tv e guardare un telegiornale che pian pianino la vedo scivolare via…
October 20th, 2007 at 08:17
Das Bier unserer Heimat. Giornata oziosa trascorsa a bere chinotto in un bar di Bolzano. Tra le altre cose, mi colpisce un’insegna pubblicitaria affissa a un muro di cemento oltre la strada. È un cartellone gigantesco. Accanto al solito paesaggio dolomitico, vi sono impressi due bicchieri di birra e uno slogan bilingue che vale un trattato di antropologia: “Das Bier unserer Heimat” – “Birra allo stato puro”. Il testo, improntato a un’immediatezza di stile che ricorda il peto di un bove, mi piace per la sua doppia valenza: è la réclame della Forst, ma è anche un involontario aforisma sugli oltre ottant’anni di sradicamento italiano in Sudtirolo. Non c’è niente da fare: il riferimento alla Heimat, che in tedesco funziona sempre, sugli italiani non esercita alcun appeal. Mi torna in mente il pensierino di un mio scolaro, scritto a commento di una lunga discussione in classe, all’indomani del referendum su Piazza della Vittoria: “Gli italiani, da oltre ottant’anni, sono conficcati in Sudtirolo come una spina nell’occhio, come un coltello nella schiena, come una pallottola in fronte, come una spada nel cuore”. Nella sua sbiadita inattualità, quest’immagine mi piacque molto e mi piace ancor oggi. Non ha nulla di pomposo. Semplicemente, ritrae una ferita aperta che nessuno ha interesse di rimarginare. Più che un archetipo del delitto, essa è la foto tessera appiccicata sulla carta d’identità della nostra provincia. I tedeschi e gli italiani del Sudtirolo vi sono rappresentati insieme. Gli uni esibiti in figura di corpo violato, gli altri a sembianza di corpo estraneo. D’accordo: forse si tratta di un’immagine sfocata o addirittura contraffatta. Più che una foto, sembra un fotomontaggio. Ma racchiude un contenuto importante: il vittimismo dei tedeschi e il disagio degli italiani sono le due facce inguardabili della stessa medaglia.
L’intraducibilità della “Heimat”. Come si traduce, in italiano, la parola tedesca Heimat? Il vocabolario suggerisce alcune possibilità: “patria”, “piccola patria”, “paese natale”, “luogo natio”, “terra natia”. Il limite di tutte queste traduzioni non risiede nell’intraducibilità del significato a cui esse si sforzano di conformarsi, quanto piuttosto nella presupposizione di autoreferenzialità che qui sembra sottrarre l’aspetto fisico della parola da tradurre (cioè il suono e la grafia di una parola della lingua tedesca) al comune spazio di significazione dischiuso dalle parole pronunciate o scritte in italiano. È insomma come se, proferendo la parola Heimat, l’effetto di senso prodotto dalla combinazione di queste sei lettere rifluisse nel perimetro di quell’unico suono, per sottintendere, a guisa di un dialetto scontroso, una comunicazione per pochi. Estremizzando: solo chi può dire “Heimat” può alla fine anche avere una Heimat. Come si sa, è in seguito alla ferita provocata dall’annessione del Sudtirolo all’Italia, che l’ingenua semantica dell’Heimat si è ritratta nel guscio di questa autoreferenzialità immunitaria, trasferendo sul piano dell’intraducibilità linguistica la ripulsa e la rivalsa nei confronti degli invasori molesti. Da un lato, la difficoltà di tradurre in italiano la parola Heimat esprime così l’ostinazione degli “italiani” a voler ricavare il proprio sentimento d’appartenenza dalla saldezza formale dei confini e della lingua di Stato, dall’altro allude all’opposizione dei “tedeschi”, che reagirono all’inclusione in quegli stessi confini estromettendo (per sempre?) gli “italiani” dal rifugio affettivo e dal linguaggio della Heimat. Una cosa però balza agli occhi: sulla scena attuale non vi è sofferenza. Ognuno sembra assuefatto al proprio ruolo, ognuno recita distrattamente il proprio rancore. Come inebetiti o sotto l’effetto di un potente narcotico, ci siamo abituati a convivere con questo modo di convivere.
October 20th, 2007 at 09:45
Anche se ti dò ragione per una gran parte dei tuoi pensieri, devo anche dire che molti altoatesini hanno anche superato la bariera linguistica e usano la parola heimat per esprimere il sentimento della propria terra, che in italiano è tanto difficile da spiegare. È un evoluzione normale, che abbiamo già visto in tutte le parti del mondo. Dal “Mitteleuropeo” in tutta europa alla “Angst” negli USA.
Secondo me abbiamo il lusso di poter discutere sul significato di una parola. Stiamo così bene ce cominciamo a imprecare “disagi” che in altri parti del mondo fanno scuotere la testa (parlo di tutti noi). Ma forse vale quello che ha detto una volta Eric Hopfer: “Quando si è liberi di fare come si vuole, in genere si imitano gli altri”.
October 20th, 2007 at 11:30
Carissimo, alla fine il succo del mio pensiero è questo: es ist gut, dass ein Wort wie “Heimat” nicht gleich übersetzbar ist. Diese Schwierigkeit beim übersetzen bedeutet, dass wir aus dieser Schwierigkeit heraus etwas lernen sollen. Per esempio: cominciare a sentirci a casa (beheimatet) in una lingua che non è la “nostra”, ma che può cominciare ad esserlo.